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Il nostro nome

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Il nostro nome deriva dagli Aleramici (anticamente noti anche come Aleramidi) furono un’importante famiglia feudale di origine franca (o franco-salica) i cui diversi rami si stabilirono in Piemonte e Liguria e governarono il Monferrato, Saluzzo, Savona e altre terre tra la Liguria occidentale e il Basso Piemonte.

Non sono del tutto chiare né le origini né la genealogia della casata sia per la scarsità o la poca attendibilità delle fonti sia per le contraddizioni provocate da documenti falsi forgiati nel Settecento a sostegno di precise pretese araldiche e largamente utilizzati dagli storici ottocenteschi. Nei secoli scorsi molti storici cercarono di rintracciare i progenitori di Aleramo, il fondatore della dinastia, che secondo fonti medievali fantasiose sarebbe disceso da Teodorico di Frisia o dai Signori del Kent. Altri storici, specie nel XVI-XVII secolo cercarono inutilmente di trovare conferme documentali alla leggenda sull’amore, che avrebbe legato Aleramo ad Adelasia, mitica figlia dell’imperatore tedesco Ottone I del Sacro Romano Impero. La dotazione del monastero di Grazzano, un documento del 961, riferisce che Aleramo era figlio di un conte Guglielmo, di legge salica. Sembra plausibile identificare Guglielmo con un personaggio, probabilmente di stirpe franca, entrato in Italia con trecento soldati al seguito di Guido da Spoleto nell’888 e attivo nel 924 alla corte di Rodolfo II di Borgogna re d’Italia. Le origini di Aleramo sarebbero quindi da cercare (e varie ipotesi sono state fatte) nei territori dell’antico regno di Lotario. Le origini familiari di Adelasia, prima moglie di Aleramo e progenitrice degli aleramici, restano sconosciute. Certo è che Aleramo sposò poi Gerberga, figlia di Berengario II re d’Italia e che questo matrimonio gli consentì di acquisire il titolo marchionale fra il 958 e il 961. L’origine imperiale di Adelasia sembra essere una leggenda creata solo per dare maggior lustro alla sua progenie.

Aleramo può essere considerato il vero ed effettivo fondatore delle dinastie aleramiche. Egli godeva di grande prestigio sia presso i re d’Italia Ugo di Provenza, Lotario II d’Italia e Berengario II, sia alla corte dell’imperatore Ottone I, come dimostrato da diverse donazioni di terre, che si aggiunsero ai beni che già possedeva nel Vercellese e in Lombardia, e dal titolo di marchese assegnatogli da Berengario II. Nel 967 Ottone di Sassonia gli donò un vasto territorio fra l’Orba e il Tanaro, che a sud raggiungeva le vicinanze di Savona. Questo territorio, boscoso e incolto, era stato devastato nel corso del secolo precedente da incursioni brigantesche, provenienti, o comunque favorite dai cosiddetti “saraceni” di Frassineto nella Francia meridionale. Questo territorio fu chiamato “Vasto” o “Guasto” e molti successori di Aleramo si chiamarono appunto “marchesi del Vasto”. Per alcuni secoli, secondo Riccardo Musso, il toponimo restò in uso per il territorio montuoso compreso fra Dego, Montenotte, Carcare e Cairo. In altri luoghi prevalse invece il toponimo equivalente “Langhe” (vulgariter enim loca deserta Langae dicuntur secondo il Lunig). Non era un territorio omogeneo, si trattava piuttosto di varie corti sparse sulle boscose ed incolte colline del Piemonte meridionale.

La marca, di cui Aleramo era marchese, si estendeva approssimativamente dal basso Vercellese al Savonese, l’area costiera fra Finale e Cogoleto. Entro quest’area si trovavano però nuclei urbani, come Savona o Acqui, guidati dal loro vescovo e dotati di grande autonomia, riconosciuta dagli stessi imperatori. Al momento dell’investitura di Aleramo il resto del Piemonte e della Liguria Occidentale risultava diviso in due grandi marche: a nord quella di Ivrea e a sud, fra Torino e Ventimiglia, quella del marchese di Torino Arduino Glabrione.

 

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